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style on > Una collezione”anatomically correct” contro il desiderio di perfezione

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Un’opportunità che mi affascina da sempre è quella di riuscire a seguire il dipanarsi del percorso di un designer.

C’è chi giudica la singola collezione o sfilata: a me piace osservare la strada, il cammino, il racconto che pian piano, stagione dopo stagione, si vanno componendo.
Mi piace seguire il filo, visibile o invisibile che sia.
Questo, per esempio, è ciò che mi capita con Sergei Grinko.

Ricordo benissimo la prima volta in cui vidi sfilare una sua collezione: era il settembre del 2011 e Sergei sfilava allora in piazza Duomo a Milano nell’ambito del progetto “New Upcoming Designers”.
Tra quei giovani talenti, io rimasi fulminata da lui e dalle sue creazioni piene di fascino, mistero, colore, fantasia e vidi l’inizio di un viaggio.
Vedo ancora perfettamente quei monili che sembravano stelle esplose e gli abiti su cui si arrampicavano straordinarie creature a metà tra sogno e leggenda, un po’ animali marini e un po’ rimembranze di tempi ancestrali.

Da quella mia prima volta ho seguito Sergei in tutti i suoi percorsi tra arte, storia, fotografia, letteratura.
A febbraio 2012 è stata la volta della collezione autunno/inverno 2012–2013: Sergei si lasciava affascinare da Vadim Zeland (noto per teorie esoteriche riguardanti il “transferring reality”, la migrazione da un ramo della realtà ad un altro) e da Alexander Rodchenko (pittore, fotografo e grafico russo della prima metà del Novecento).
La collezione per la primavera/estate 2013 presentata a settembre 2012 si chiamava “Solaris” ed era un omaggio al romanzo di fantascienza scritto da Stanislaw Lem che ha ispirato la realizzazione di ben due film (quello del 1972 di  Andrej Tarkovskij e quello del 2002 di Steven Soderbergh).
“Solaris” è la storia dell’unione indissolubile tra l’essere umano e il suo punto di origine, la natura: Sergei indagava allora quel rapporto e torna ad indagarlo oggi nella sua nuova collezione autunno/inverno 2013–2014 presentata durante la settimana della moda a Milano.

La collezione si chiama “Anatomically Correct” ed è una sorta di denuncia contro la ricostruzione artificiale del corpo umano.
Sergei vuole schierarsi contro la ricerca ossessiva di una perfezione anatomica portata oggi all’eccesso (o al paradosso?), da tutti noi e dai media. Il designer vuole farci riflettere sull’umana imperfezione, la qualità che ci rende unici e irripetibili e che a suo avviso racchiude l’unica, vera bellezza e la nostra essenza migliore.
È solo nel non perfetto e nel non uniforme che risiedono bellezza e unicità e per dimostrarlo Sergei cita la Natura stessa che dovrebbe essere per noi esempio supremo: per quanto si possa cercare, tra la flora e la fauna non si troverà mai un esemplare perfettamente uguale all’altro.
Ogni essere animale o vegetale appartiene alla sua specie, ma nella sua irripetibile unicità.

Ecco quindi che Sergei torna a dialogare con la Natura, esplora elementi diversi, li mette al servizio della sua dimostrazione in un’ampia gamma di materiali e colori.
La sua scala cromatica è un crescendo che parte dal bianco per passare al cipria, al pesca, al bordeaux, al prugna e che termina con grigio e nero non senza essersi soffermato su stampe che ricordano paesaggi autunnali. Il suo stile tridimensionale (accuratamente delineato fin dai drappeggi e dai panneggi delle prime collezioni) si perfeziona e si arricchisce di geometrie eleganti e ben definite, di tagli precisi, di volumi futuristici.
Eppure, anche se così sofisticati, i capi di Sergei rimangono portabili: disegnano una femminilità in cui ogni donna può trovarsi a proprio agio e parlano di una sartorialità in crescendo per questo giovane designer che non si accontenta mai.

Un altro capitolo del libro di Sergei è scritto. Ed io sono già pronta a godermi il successivo.

Emanuela Pirré

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